Casa dolce casa

Gli anni erano trascorsi, uno dopo l’altro. Forse non sono il tipo di persona a cui ci si affeziona, o forse solo non amo uscire. Può essere che succeda di non incontrare le persone giuste a volte, e io non le avevo trovate. Ora passo le giornate qua, sulla mia poltrona, a guardare quello che danno alla tv.

Mi ci erano voluti molti anni per mettere insieme la mia vita. Il lavoro, la casa, la famiglia, a me interessava solo questo, mai preteso molto. Ero un operaio, il mio lavoro era buono, ma non ne voglio parlare. Io avrei ancora molti anni da passare in quella fabbrica, è questa la ragione. Io guadagnavo e mia moglie rimaneva qui in casa, a badare alla bambina.

Ora io bado a lei, sono io a badare a lei.  A lei tremano le mani e la voce, mi si avvicina a stento come se gli facessi paura. Non sembra che per lei sia facile sopportare la vita in questa casa.

E’ passato un anno dall’incidente che mi ha tolto le gambe, e io su questa poltrona sto iniziando ad immaginare quanto possa essere lunga l’eternità.

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Malumore

Il signor x era così di cattivo umore che quando il cameriere gli posò il caffè davanti non gli rivolse nemmeno uno sguardo.

Il cameriere ripassò subito la lista dei suoi difetti. Tanti uno dopo l’altro. Poi subito pensò ai lati positivi: il ferro da stiro troneggiava nel suo appartamento, come un trofeo, e suscitava l’ammirazione e la curiosità di tutti i suoi coetanei. Eppure la camicia senza neanche una piega non sembrava suscitare l’effetto desiderato. Lui ci teneva a queste cose. Non scendeva a compromessi, la perfezione doveva regnare dappertutto.

Quando quella sera suonò il campanello, il ragazzo sistemò con cura la camicia sulla gruccia e aprì la porta al suo amico che lo salutò con una pacca sulla spalla. Lui distolse lo sguardo con una smorfia.

Mare per persone sole

Suona la sveglia, corro a spegnerla. E’ ora che Lily si alzi, o stanotte non dormirò, proprio come ieri. La osservo per un attimo mentre riposa, mi godo il suo silenzio e la sua calma. Come fa una bambina così piccola ad occuparmi da sola intere giornate? La muovo dolcemente aspettando che apra gli occhietti. Si gira e cerca di scacciarmi per dormire ancora. Decido di lasciarle cinque minuti.

Ogni giorno quando mi alzo sono stanca, tanto stanca, perchè lei spesso si sveglia, ha gli incubi, ha fame o a volte vuole semplicemente giocare. Certe mattine non vorrei nemmeno darle la colazione. Non vorrei nemmeno entrare nella sua cameretta e vedere il suo visino calmo, anche se è una delle cose che preferisco al mondo. A volte, persino quando piange cerco di ignorarla e spero che smetta. Dicono che questo li aiuti a diventare più indipendenti, non è vero? Ma quando le sue grida si fanno più penetranti, ogni volta corro da lei e la abbraccio terrorizzata. E se fosse questo il suo primo ricordo?

Eccola, alla fine si è svegliata da sola, mi chiama. Mi affretto ad andare da lei, subito mi sorride e allunga le manine per farsi prendere in braccio. La stringo, mi si avvinghia forte addosso con le gambe.

Questo pomeriggio andiamo a fare una passeggiata sulla spiaggia. Arrivo in strada. Lei sgambetta, si muove, ogni tanto mi chiama, cerca di comunicarmi qualcosa ma non riesco a capirla. Lily si innervosisce, forse è ancora assonnata per il pisolino, e lancia a terra il giochino che le avevo dato. Mi chino per raccoglierlo e mi sorpassano un paio di persone. Mi hanno guardata male? Perchè dò a mia figlia un gioco caduto a terra? Cerco di lasciare stare, forse me lo immagino io. Quando ero giovane ignoravo una cosa: non mi rendevo conto che da quando fai un figlio devono davvero passare anni prima che tu ci possa fare una conversazione e non avevo considerato quelle migliaia di volte in cui l’avrei dovuta cambiare, le quattro volte al giorno in cui l’avrei dovuta imboccare, e che questo significa fermarsi e darle ogni piccolo pezzo di cibo in bocca, aspettare che mastichi e che finisca. Fosse solo questo sarebbe andata anche bene. Non avevo pensato che ogni mio singolo pasto sarebbe diventato  dipeso dai suoi, che avrei dimenticato il piacere del cibo, le mie cene si sarebbero scomposte in una serie di forchettate, date di sfuggita tra una cucchiaiata di omogenizzato e l’altra, in piedi e con un occhio sulla bambina. E non dico di non volerle bene. Io faccio tutto questo per lei, e lo rifarei. Eppure lei è qua che sorride indifferentemente a tutti.

La spiaggia, il passeggino avanza a fatica sui sassi. Fa davvero caldo, anche se ormai il sole sta calando, le ombre si allungano e  le voci diventano più tenui, come per rispettare il tramonto che sta per arrivare. La piccola si agita, vuole godersi il mare anche lei. La prendo, e appena libera  si fionda con le mani per terra: sembra che adori sentire ogni granello sulla pelle. Stringe la sabbia, la riprende e la lascia scivolare ancora.  Penso subito alle madri che non lasciano toccare per terra ai loro figli e provo a immaginare cosa penserebbero di me, ma tanto vale, qua su questa spiaggia non c’è nessuno. A me l’acqua piace e a questo non resisto. Mi sfilo i sandali e immergo i piedi nel mare: è la prima volta quest’estate.

A pieni polmoni

Qualche anno fa passavo molte notti in ospedale per guadagnare qualche spicciolo. Mi chiamavano in mancanza di personale e davo una mano come potevo.

Erano notti spezzate da piccole emergenze dei pazienti, gestite con velocità ed efficacia ma sempre circondate da un’atmosfera attutita. Nonostante ci fossero numerose ore di silenzio non mi piaceva dormire, non sarei mai riuscito a chiudere occhio in quell’edificio. Vagavo per i corridoi, controllando distrattamente le stanze, avevo semplicemente bisogno di muovermi e ogni tanto lanciavo uno sguardo agli altri, che si scambiavano qualche chiacchiera davanti alle macchinette del caffè. La mattina me ne andavo via facendogli un cenno.

La cosa che mi piaceva di quel lavoro era che lì io ero solo un aiutante, niente di importante, e nessuno faceva caso a me. Pensavano che fossi di carattere taciturno e non gli interessava se non volevo scambiare qualche parola con loro perchè erano concentrati soltanto sul loro lavoro e sul momento in cui finalmente si sarebbero potuti mettere a letto.

Un giorno, camminando per i corridoi, ho sentito una folata di vento e sono entrato in una camera per vedere se qualcuno avesse lasciato la finestra aperta. Un paziente cercava di sporgersi sul balcone, per quanto potesse farlo dalla sua sedia a rotelle, e fumava una sigaretta senza filtro. Avrei voluto dirgli che fumare nelle sue condizioni era un’idea quanto mai stupida ma poi mi sono chiesto perchè impedirgli di fare qualcosa che gli piaceva quando probabilmente gli rimanevano solo alcuni mesi di vita.

“Ragazzo” mi urla quasi come se fosse arrabbiato, “ti offro una sigaretta, se mi porti a fumare su un vero balcone”. Io ho annuito.

Mentre il vecchio fumava a pieni polmoni mi raccontava con la sua voce roca tutto quello che gli rimaneva da dire, come se potesse dare un senso alla sua vita prima che svanisse. Era stata una vita semplice, normale. Man mano che parlava, entrambi iniziavamo a capire che anche in punto di morte non aveva nulla da insegnarmi e io non avevo nulla da imparare. Era una persona come me, con tanti piccoli lavori alle spalle, che durante gli anni aveva stretto molti legami, aveva delle esperienze in più ma questo non lo rendevano diverso e non lo rendevano pronto ad andarsene. Lo riaccompagnai alla sua stanza, lo aiutai a distendersi a letto e spensi la luce. Allontanandomi lo sentii sospirare nel buio.

Scuola per affondare il coltello nella carne

Eccolo, sempre con il fumo che gli inonda la bocca, gli occhi azzurrissimi, i vestiti sudici.

Mi si avvicina. I miei passi si affrettano sul sentiero. “Come stai, bella?” sempre le stesse odiose parole, da ogni individuo come lui, in tutto il mondo. “Scusa, devo proprio andare”, mormoro, e mi affretto verso casa.

Non ascolto più quello che dice,  mi allontano. Intravedo il mio uscio. Cinque minuti a piedi, da casa a lavoro, solo cinque. Io ci provo a non lamentarmi, a non avere paura. Un forte dolore alla coscia mi fa barcollare e scivolare a terra. L’uomo con gli occhi azzurri mi urla un insulto, e corre dietro agli alberi. Mi guardo confusa la gamba: sangue caldo, birra gelida e frammenti di vetro si spargono ovunque.

Solo cinque minuti da casa.

Il mondo si fa silenzioso e mi concentro su una cosa: il sangue che affiora dai jeans. Sento di essermela andata a cercare. La mia indipendenza, la chiamavo. Ma forse ho sbagliato.

L’inverno era così incredibilmente freddo. Forse non ero pronta ad affrontarlo da sola. Avevo fatto una cosa così stupida. 

Il coltello più grande che avevo in cucina ora è sul fondo della mia borsa. 

Un giorno lo so, sentirò dei passi che mi seguono e chissà. Anche il posto più sicuro non lo sarà mai completamente. Io ascolterò sempre con attenzione ogni rumore che mi circonda e ascolterò quei passi, uno dopo l’altro, e avrò già la mano nella borsa.

Afferrerò l’impugnatura, e darò un singolo colpo. Non bisogna essere degli esperti, ne basta uno, non è vero?

Un giorno ho rivisto l’uomo dagli occhi azzurri ed era lì appoggiato ad una panchina, gli ho sorriso, mentre con una mano afferravo il manico e proseguivo spedita.

La tana del lupo

Arrivò a casa e si sfilò le scarpe. Si lasciò cadere sulla poltrona e rimase in silenzio. Eccolo: il silenzio di quella casa. Lo accompagnava sempre, e lui quel giorno non aveva aspettato altro. Erano anni ormai che viveva da solo, in quelle stanze, troppo grandi per lui.

Si girò verso la finestra: il buio. Ma lui attendeva, perchè quel giorno lo sarebbero venuti a prendere.

La mano rugosa del vecchio si allungò tremolando verso il mobile, in cerca del telecomando. Tastò inquieto il pizzo che un tempo sua moglie aveva cucito con cura, e infine accese la tv che gli restituì immagini scolorite. Finalmente un po’ di rumore a fargli compagnia.

Aveva avuto una vita lunga, ma quel giorno sarebbe finita. Lo sarebbero venuti a prendere, e lui davvero non poteva andare, non poteva staccarsi da lì. Quella sera nemmeno il telegiornale bastava a calmare i suoi nervi: fuori, si vedeva solo il buio ormai.

Lasciò che il presentatore parlasse la sua mezz’ora, come sempre, e poi si rialzò a stento. Zoppicò verso la cucina, tirando un sospiro di sollievo: i giornalisti ancora non lo sapevano. Chissà, forse avrebbe continuato a vivere lì, non era molto ma era la sua casa.

Era venuta l’ora di cena: qualcosa doveva mangiare, prima di prendere le pillole. Si ricordò che le buste della spesa erano ancora in macchina. Proprio per comprare da mangiare era dovuto uscire in quella maledetta giornata. Ma era solo: non aveva avuto scelta.

Uscì al freddo, ancora uno sguardo all’orizzonte, e nient’altro, solo la notte e il fumo che nasceva dai suoi respiri.

A casa si scaldò una zuppa. Da quando non mangiava qualcosa di meglio? Qualcosa che avrebbe potuto chiamare cena, come una volta. Ogni cucchiaiata andava giù a fatica, sentiva che il suo tempo stava per scadere. Uno come lui in prigione non sarebbe sopravvissuto. E poi, non se lo meritava. Perchè lui, con una vita onesta alle spalle, doveva trascorrere i suoi ultimi anni dietro alle sbarre?

Erano le nove di sera, ma voleva solo dormire, per smettere di aspettare. Già gli sembrava di sentire le macchine svoltare nel suo vialetto. Gli sembrava di sentire qualche passo. Agenti che si avvicinavano.

Salì le scale, arrancando ad ogni passo, con quel singolo pensiero fisso: avrebbe mai potuto scordarlo? Quanti anni di vita avrebbe ancora dovuto passare così? Quanti mesi?

Si coricò. Guardò fuori. Le stelle brillavano lontane come sempre. Non le aveva mai notate prima della morte della moglie, perchè ogni sera da quando l’aveva conosciuta i suoi occhi erano rimasti fissi su di lei, sulle sue labbra e ogni parola che ne usciva.

Accese la radio: voci continuavano a parlargli nella testa, pensieri balenavano in continuazione, forse un po’ di musica li avrebbe bloccati.

Quando lei se ne era andata, il vecchio aveva afferrato la sua pistola. Non aveva mai sparato un solo proiettile ma quel giorno, quando lei fu investita da un ubriaco, lui voleva uccidere. Subito dopo però la ripose, con l’intenzione di escogitare un piano. In seguito venne a sapere, che questo balordo, come lo chiamava sempre lui, era anche un padre di famiglia, dunque pensò di rivolgere la pistola a sé. Ogni sera la riprendeva in mano, la accarezzava, sentiva il metallo freddo e nero contro la sua pelle, e guardava le stelle. Eppure non si sentiva pronto a morire. Non aveva nessuna religione, quindi cercava sua moglie solo guardando nel cielo, e le parlava. Passò molto tempo prima che si decidesse a rimettere la pistola nel comodino, lo stesso comodino da dove la riprese, quel maledetto giorno per infilarla sotto il cuscino. Forse aveva sbagliato: tutti quegli anni di vita, non avrebbe dovuto passarli. Erano stati inutili e dolorosi: erano stati mancanza e solitudine, così marcate da portarlo amare la sua casa silenziosa. Lì nessuno poteva vedere come si era ridotto il suo corpo, debole e solcato da profonde rughe. Nessuno poteva vedere come viveva, in mezzo alla polvere, e nessuno poteva notare che il tempo gli aveva rubato la memoria e la vista. Nessuno poteva dirglielo, quello che lui temeva, stai morendo, è la fine. Non si sentiva ancora pronto, nemmeno dopo quello che era successo in strada.

Il chiacchierio della radio lo aiutò ad addormentarsi solo dopo molte lunghe ore. Non era un sonno qualunque però: il cuore batteva veloce, le gambe erano percorse da fremiti, era pronto ad alzarsi.

Erano le tre del mattino quando aprì gli occhi e si affacciò alla finestra: eccole, un paio di volanti della polizia. Osservò gli agenti mentre ispezionavano la sua macchina. L’ammaccatura sul davanti, il sangue della bambina che si stava rapprendendo sul cofano.

Cercò ancora di giustificarsi con sé stesso. L’aveva vista sbucare all’ultimo, si era fermato ma poi aveva capito che non c’era niente da fare, e qual’era l’alternativa se non scappare? Morire in cella, lontano anche dalla sua casa, l’ultima cosa che gli restava?

Gli agenti alzarono le teste e guardarono la sua finestra, poi si avvicinarono e suonarono il campanello. Lui ormai non aspettava più, né li osservava. Fissava soltanto quel cielo buio, cercando di imprimerselo nella memoria con ogni luccichio, mentre la mano cercava la pistola. Sperava di fare in tempo, stavolta.

You’ll be all right

-Non butti la sua rubrica! No! Ragioniamoci insieme.

Parti di conversazione arrivavano da oltre la porta. Serena non riusciva a trovare una posizione comoda sulla larga poltrona, e si guardava in giro. La sala d’aspetto era vuota, piccola e stretta. Davanti a lei, solo una porta massiccia, dietro a cui c’era il suo psicologo. Vicino a lei, un cestino grigio, vuoto. La donna tirò fuori dalla borsa uno specchietto e fissò la sua immagine, perplessa per via dei capelli elettrici di quella mattina. Le sarebbe davvero servito questo psicologo?

La sua casa di Serena era così piccola che non aveva nemmeno un divano, e allora appena tornata da lavoro si metteva a letto, con fatica si tirava addosso le coperte e rimaneva lì.

-Non mi servono i loro numeri– borbottò la voce di un uomo, probabilmente giovane, da dietro la porta massiccia. –Va bene, ma cerchi di ragionare. Sta dicendo sul serio? Lo sa bene che nella rubrica lei tiene molti indirizzi che le servono per lavoro. Non può mica disfarsene così, si ricorda cosa è successo l’ultima volta?

Mancava mezz’ora all’appuntamento della donna, era decisamente arrivata troppo in anticipo. I piedi le facevano malissimo anche da seduta, si era messa quei tacchi scomodi per avere un aspetto più formale. Iniziò a venirle caldo: si alzò ad aprire la finestra, ma sembrava bloccata, come se fosse lì solo per decorazione. Tornando a sedersi notò una macchia sul vestito e ripiegò il tessuto della gonna cercando di nasconderla.

-Va bene, per oggi basta, ci vediamo la prossima settimana. E mi raccomando, non butti la sua rubrica!– lo psicologo salutò il giovane, con una risatina sgradevole, e quest’ultimo uscì chiudendosi la porta alle spalle. Con grossi occhi cerchiati di nero squadrò Serena, con un gesto meccanico tirò fuori qualcosa e lo gettò nel cestino. Senza dire una parola se ne andò, con passi silenziosi e veloci, come quelli di un ladro.

Appena si fu allontanato la donna si avvicinò al bidone, sperando di capire se lo psicologo avesse avuto la meglio, in quel momento la porta si aprì: –Buongiorno, avanti si accomodi!– e Serena si affrettò nell’ufficio, tenendo una mano sulla gamba, per coprire la macchia.