Mare per persone sole

Suona la sveglia, corro a spegnerla. E’ ora che Lily si alzi, o stanotte non dormirò, proprio come ieri. La osservo per un attimo mentre riposa, mi godo il suo silenzio e la sua calma. Come fa una bambina così piccola ad occuparmi da sola intere giornate? La muovo dolcemente aspettando che apra gli occhietti. Si gira e cerca di scacciarmi per dormire ancora. Decido di lasciarle cinque minuti.

Ogni giorno quando mi alzo sono stanca, tanto stanca, perchè lei spesso si sveglia, ha gli incubi, ha fame o a volte vuole semplicemente giocare. Certe mattine non vorrei nemmeno darle la colazione. Non vorrei nemmeno entrare nella sua cameretta e vedere il suo visino calmo, anche se è una delle cose che preferisco al mondo. A volte, persino quando piange cerco di ignorarla e spero che smetta. Dicono che questo li aiuti a diventare più indipendenti, non è vero? Ma quando le sue grida si fanno più penetranti, ogni volta corro da lei e la abbraccio terrorizzata. E se fosse questo il suo primo ricordo?

Eccola, alla fine si è svegliata da sola, mi chiama. Mi affretto ad andare da lei, subito mi sorride e allunga le manine per farsi prendere in braccio. La stringo, mi si avvinghia forte addosso con le gambe.

Questo pomeriggio andiamo a fare una passeggiata sulla spiaggia. Arrivo in strada. Lei sgambetta, si muove, ogni tanto mi chiama, cerca di comunicarmi qualcosa ma non riesco a capirla. Lily si innervosisce, forse è ancora assonnata per il pisolino, e lancia a terra il giochino che le avevo dato. Mi chino per raccoglierlo e mi sorpassano un paio di persone. Mi hanno guardata male? Perchè dò a mia figlia un gioco caduto a terra? Cerco di lasciare stare, forse me lo immagino io. Quando ero giovane ignoravo una cosa: non mi rendevo conto che da quando fai un figlio devono davvero passare anni prima che tu ci possa fare una conversazione e non avevo considerato quelle migliaia di volte in cui l’avrei dovuta cambiare, le quattro volte al giorno in cui l’avrei dovuta imboccare, e che questo significa fermarsi e darle ogni piccolo pezzo di cibo in bocca, aspettare che mastichi e che finisca. Fosse solo questo sarebbe andata anche bene. Non avevo pensato che ogni mio singolo pasto sarebbe diventato  dipeso dai suoi, che avrei dimenticato il piacere del cibo, le mie cene si sarebbero scomposte in una serie di forchettate, date di sfuggita tra una cucchiaiata di omogenizzato e l’altra, in piedi e con un occhio sulla bambina. E non dico di non volerle bene. Io faccio tutto questo per lei, e lo rifarei. Eppure lei è qua che sorride indifferentemente a tutti.

La spiaggia, il passeggino avanza a fatica sui sassi. Fa davvero caldo, anche se ormai il sole sta calando, le ombre si allungano e  le voci diventano più tenui, come per rispettare il tramonto che sta per arrivare. La piccola si agita, vuole godersi il mare anche lei. La prendo, e appena libera  si fionda con le mani per terra: sembra che adori sentire ogni granello sulla pelle. Stringe la sabbia, la riprende e la lascia scivolare ancora.  Penso subito alle madri che non lasciano toccare per terra ai loro figli e provo a immaginare cosa penserebbero di me, ma tanto vale, qua su questa spiaggia non c’è nessuno. A me l’acqua piace e a questo non resisto. Mi sfilo i sandali e immergo i piedi nel mare: è la prima volta quest’estate.

A pieni polmoni

Qualche anno fa passavo molte notti in ospedale per guadagnare qualche spicciolo. Mi chiamavano in mancanza di personale e davo una mano come potevo.

Erano notti spezzate da piccole emergenze dei pazienti, gestite con velocità ed efficacia ma sempre circondate da un’atmosfera attutita. Nonostante ci fossero numerose ore di silenzio non mi piaceva dormire, non sarei mai riuscito a chiudere occhio in quell’edificio. Vagavo per i corridoi, controllando distrattamente le stanze, avevo semplicemente bisogno di muovermi e ogni tanto lanciavo uno sguardo agli altri, che si scambiavano qualche chiacchiera davanti alle macchinette del caffè. La mattina me ne andavo via facendogli un cenno.

La cosa che mi piaceva di quel lavoro era che lì io ero solo un aiutante, niente di importante, e nessuno faceva caso a me. Pensavano che fossi di carattere taciturno e non gli interessava se non volevo scambiare qualche parola con loro perchè erano concentrati soltanto sul loro lavoro e sul momento in cui finalmente si sarebbero potuti mettere a letto.

Un giorno, camminando per i corridoi, ho sentito una folata di vento e sono entrato in una camera per vedere se qualcuno avesse lasciato la finestra aperta. Un paziente cercava di sporgersi sul balcone, per quanto potesse farlo dalla sua sedia a rotelle, e fumava una sigaretta senza filtro. Avrei voluto dirgli che fumare nelle sue condizioni era un’idea quanto mai stupida ma poi mi sono chiesto perchè impedirgli di fare qualcosa che gli piaceva quando probabilmente gli rimanevano solo alcuni mesi di vita.

“Ragazzo” mi urla quasi come se fosse arrabbiato, “ti offro una sigaretta, se mi porti a fumare su un vero balcone”. Io ho annuito.

Mentre il vecchio fumava a pieni polmoni mi raccontava con la sua voce roca tutto quello che gli rimaneva da dire, come se potesse dare un senso alla sua vita prima che svanisse. Era stata una vita semplice, normale. Man mano che parlava, entrambi iniziavamo a capire che anche in punto di morte non aveva nulla da insegnarmi e io non avevo nulla da imparare. Era una persona come me, con tanti piccoli lavori alle spalle, che durante gli anni aveva stretto molti legami, aveva delle esperienze in più ma questo non lo rendevano diverso e non lo rendevano pronto ad andarsene. Lo riaccompagnai alla sua stanza, lo aiutai a distendersi a letto e spensi la luce. Allontanandomi lo sentii sospirare nel buio.

Horror story: The head

It was the quieter moonless night.

A man was riding his car, passing a lonely road and squinting in the struggle to find his way home. They told him “Jake you can go home earlier. You look kind of sick.” But that day, even though he was feeling sick, he decided to finish his work.

He was driving in an extremely cautious way as he could not see anything in front of him, not even the familiar path to his house. He was about to feel safe when he saw a light shining on his porch. At that precise moment, the car swerved on the grit and he steered as fast as he could, preventing from falling in a moat. After a few more meters he could park on his path and he rushed to his door like he was still in danger. His heart was beating so fast. He was so weary he decided to go to sleep on the spot.

He was about to walk upstairs when he heard the weirdest sound from his bedroom. It was like someone was murmuring and dragging himself, making all the floorboard creaking together. Maybe someone got injured and sought a shelter in his place? He breathe deeply and decided to go upstairs, not before taking the poker from the chimney. A convulsive moaning was still coming from his room but it seemed to be getting softer. It was a man’s voice, so low and deep, defined by a great pain. He stood behind the door and looked through a small opening: somebody was resting in his bed; the sheets were completely stained with blood that the man was slowly spitting. Jake was feeling progressively more tired, maybe for the revolting odour of that room, he told himself, and then holding his poker even stronger than before, he walked in. The man on his bed turned his face at him instantly, but doing that his head fall on his shoulder, opening a deadly wound on his neck. Jake left the poker falling on the floor and jumped on the bed, trying to put the head of the corpse back on his body, like he could be alive again. While he handled it, he recognized his own face, with cold violet lips, that were telling him he was dead.

Scuola per affondare il coltello nella carne

Eccolo, sempre con il fumo che gli inonda la bocca, gli occhi azzurrissimi, i vestiti sudici.

Mi si avvicina. I miei passi si affrettano sul sentiero. “Come stai, bella?” sempre le stesse odiose parole, da ogni individuo come lui, in tutto il mondo. “Scusa, devo proprio andare”, mormoro, e mi affretto verso casa.

Non ascolto più quello che dice,  mi allontano. Intravedo il mio uscio. Cinque minuti a piedi, da casa a lavoro, solo cinque. Io ci provo a non lamentarmi, a non avere paura. Un forte dolore alla coscia mi fa barcollare e scivolare a terra. L’uomo con gli occhi azzurri mi urla un insulto, e corre dietro agli alberi. Mi guardo confusa la gamba: sangue caldo, birra gelida e frammenti di vetro si spargono ovunque.

Solo cinque minuti da casa.

Il mondo si fa silenzioso e mi concentro su una cosa: il sangue che affiora dai jeans. Sento di essermela andata a cercare. La mia indipendenza, la chiamavo. Ma forse ho sbagliato.

L’inverno era così incredibilmente freddo. Forse non ero pronta ad affrontarlo da sola. Avevo fatto una cosa così stupida. 

Il coltello più grande che avevo in cucina ora è sul fondo della mia borsa. 

Un giorno lo so, sentirò dei passi che mi seguono e chissà. Anche il posto più sicuro non lo sarà mai completamente. Io ascolterò sempre con attenzione ogni rumore che mi circonda e ascolterò quei passi, uno dopo l’altro, e avrò già la mano nella borsa.

Afferrerò l’impugnatura, e darò un singolo colpo. Non bisogna essere degli esperti, ne basta uno, non è vero?

Un giorno ho rivisto l’uomo dagli occhi azzurri ed era lì appoggiato ad una panchina, gli ho sorriso, mentre con una mano afferravo il manico e proseguivo spedita.

La tana del lupo

Arrivò a casa e si sfilò le scarpe. Si lasciò cadere sulla poltrona e rimase in silenzio. Eccolo: il silenzio di quella casa. Lo accompagnava sempre, e lui quel giorno non aveva aspettato altro. Erano anni ormai che viveva da solo, in quelle stanze, troppo grandi per lui.

Si girò verso la finestra: il buio. Ma lui attendeva, perchè quel giorno lo sarebbero venuti a prendere.

La mano rugosa del vecchio si allungò tremolando verso il mobile, in cerca del telecomando. Tastò inquieto il pizzo che un tempo sua moglie aveva cucito con cura, e infine accese la tv che gli restituì immagini scolorite. Finalmente un po’ di rumore a fargli compagnia.

Aveva avuto una vita lunga, ma quel giorno sarebbe finita. Lo sarebbero venuti a prendere, e lui davvero non poteva andare, non poteva staccarsi da lì. Quella sera nemmeno il telegiornale bastava a calmare i suoi nervi: fuori, si vedeva solo il buio ormai.

Lasciò che il presentatore parlasse la sua mezz’ora, come sempre, e poi si rialzò a stento. Zoppicò verso la cucina, tirando un sospiro di sollievo: i giornalisti ancora non lo sapevano. Chissà, forse avrebbe continuato a vivere lì, non era molto ma era la sua casa.

Era venuta l’ora di cena: qualcosa doveva mangiare, prima di prendere le pillole. Si ricordò che le buste della spesa erano ancora in macchina. Proprio per comprare da mangiare era dovuto uscire in quella maledetta giornata. Ma era solo: non aveva avuto scelta.

Uscì al freddo, ancora uno sguardo all’orizzonte, e nient’altro, solo la notte e il fumo che nasceva dai suoi respiri.

A casa si scaldò una zuppa. Da quando non mangiava qualcosa di meglio? Qualcosa che avrebbe potuto chiamare cena, come una volta. Ogni cucchiaiata andava giù a fatica, sentiva che il suo tempo stava per scadere. Uno come lui in prigione non sarebbe sopravvissuto. E poi, non se lo meritava. Perchè lui, con una vita onesta alle spalle, doveva trascorrere i suoi ultimi anni dietro alle sbarre?

Erano le nove di sera, ma voleva solo dormire, per smettere di aspettare. Già gli sembrava di sentire le macchine svoltare nel suo vialetto. Gli sembrava di sentire qualche passo. Agenti che si avvicinavano.

Salì le scale, arrancando ad ogni passo, con quel singolo pensiero fisso: avrebbe mai potuto scordarlo? Quanti anni di vita avrebbe ancora dovuto passare così? Quanti mesi?

Si coricò. Guardò fuori. Le stelle brillavano lontane come sempre. Non le aveva mai notate prima della morte della moglie, perchè ogni sera da quando l’aveva conosciuta i suoi occhi erano rimasti fissi su di lei, sulle sue labbra e ogni parola che ne usciva.

Accese la radio: voci continuavano a parlargli nella testa, pensieri balenavano in continuazione, forse un po’ di musica li avrebbe bloccati.

Quando lei se ne era andata, il vecchio aveva afferrato la sua pistola. Non aveva mai sparato un solo proiettile ma quel giorno, quando lei fu investita da un ubriaco, lui voleva uccidere. Subito dopo però la ripose, con l’intenzione di escogitare un piano. In seguito venne a sapere, che questo balordo, come lo chiamava sempre lui, era anche un padre di famiglia, dunque pensò di rivolgere la pistola a sé. Ogni sera la riprendeva in mano, la accarezzava, sentiva il metallo freddo e nero contro la sua pelle, e guardava le stelle. Eppure non si sentiva pronto a morire. Non aveva nessuna religione, quindi cercava sua moglie solo guardando nel cielo, e le parlava. Passò molto tempo prima che si decidesse a rimettere la pistola nel comodino, lo stesso comodino da dove la riprese, quel maledetto giorno per infilarla sotto il cuscino. Forse aveva sbagliato: tutti quegli anni di vita, non avrebbe dovuto passarli. Erano stati inutili e dolorosi: erano stati mancanza e solitudine, così marcate da portarlo amare la sua casa silenziosa. Lì nessuno poteva vedere come si era ridotto il suo corpo, debole e solcato da profonde rughe. Nessuno poteva vedere come viveva, in mezzo alla polvere, e nessuno poteva notare che il tempo gli aveva rubato la memoria e la vista. Nessuno poteva dirglielo, quello che lui temeva, stai morendo, è la fine. Non si sentiva ancora pronto, nemmeno dopo quello che era successo in strada.

Il chiacchierio della radio lo aiutò ad addormentarsi solo dopo molte lunghe ore. Non era un sonno qualunque però: il cuore batteva veloce, le gambe erano percorse da fremiti, era pronto ad alzarsi.

Erano le tre del mattino quando aprì gli occhi e si affacciò alla finestra: eccole, un paio di volanti della polizia. Osservò gli agenti mentre ispezionavano la sua macchina. L’ammaccatura sul davanti, il sangue della bambina che si stava rapprendendo sul cofano.

Cercò ancora di giustificarsi con sé stesso. L’aveva vista sbucare all’ultimo, si era fermato ma poi aveva capito che non c’era niente da fare, e qual’era l’alternativa se non scappare? Morire in cella, lontano anche dalla sua casa, l’ultima cosa che gli restava?

Gli agenti alzarono le teste e guardarono la sua finestra, poi si avvicinarono e suonarono il campanello. Lui ormai non aspettava più, né li osservava. Fissava soltanto quel cielo buio, cercando di imprimerselo nella memoria con ogni luccichio, mentre la mano cercava la pistola. Sperava di fare in tempo, stavolta.

You’ll be all right

-Non butti la sua rubrica! No! Ragioniamoci insieme.

Parti di conversazione arrivavano da oltre la porta. Serena non riusciva a trovare una posizione comoda sulla larga poltrona, e si guardava in giro. La sala d’aspetto era vuota, piccola e stretta. Davanti a lei, solo una porta massiccia, dietro a cui c’era il suo psicologo. Vicino a lei, un cestino grigio, vuoto. La donna tirò fuori dalla borsa uno specchietto e fissò la sua immagine, perplessa per via dei capelli elettrici di quella mattina. Le sarebbe davvero servito questo psicologo?

La sua casa di Serena era così piccola che non aveva nemmeno un divano, e allora appena tornata da lavoro si metteva a letto, con fatica si tirava addosso le coperte e rimaneva lì.

-Non mi servono i loro numeri– borbottò la voce di un uomo, probabilmente giovane, da dietro la porta massiccia. –Va bene, ma cerchi di ragionare. Sta dicendo sul serio? Lo sa bene che nella rubrica lei tiene molti indirizzi che le servono per lavoro. Non può mica disfarsene così, si ricorda cosa è successo l’ultima volta?

Mancava mezz’ora all’appuntamento della donna, era decisamente arrivata troppo in anticipo. I piedi le facevano malissimo anche da seduta, si era messa quei tacchi scomodi per avere un aspetto più formale. Iniziò a venirle caldo: si alzò ad aprire la finestra, ma sembrava bloccata, come se fosse lì solo per decorazione. Tornando a sedersi notò una macchia sul vestito e ripiegò il tessuto della gonna cercando di nasconderla.

-Va bene, per oggi basta, ci vediamo la prossima settimana. E mi raccomando, non butti la sua rubrica!– lo psicologo salutò il giovane, con una risatina sgradevole, e quest’ultimo uscì chiudendosi la porta alle spalle. Con grossi occhi cerchiati di nero squadrò Serena, con un gesto meccanico tirò fuori qualcosa e lo gettò nel cestino. Senza dire una parola se ne andò, con passi silenziosi e veloci, come quelli di un ladro.

Appena si fu allontanato la donna si avvicinò al bidone, sperando di capire se lo psicologo avesse avuto la meglio, in quel momento la porta si aprì: –Buongiorno, avanti si accomodi!– e Serena si affrettò nell’ufficio, tenendo una mano sulla gamba, per coprire la macchia.

Cronaca da oltre la valle (finale)

“Quello studente non mi piace” disse il marito a Ruth. “Non ti piaceva anche prima di vederlo” rispose lei, guardando l’interessato allontanarsi sul vialetto di casa. “Chissà dove se ne va adesso”.

Il bosco respirò a fondo l’odore di decomposizione che proveniva dalla ferita del giovane. Con le gambe incerte si immergeva tra gli alberi, imprimendo il suo passo nei muschi. Si guardava attorno spaesato, ascoltando con attenzione i canti degli uccelli. Camminò abbastanza da vedere il buio calare davanti a sè. Il sottobosco possedeva mille occhi, e ognuno riferiva all’uomo dal becco di corvo. Accovacciato su un alto abete ascoltava le storie del passato dello studente. Come aveva potuto un simile uomo cercare la calma tra gli alberi?, si domandava la creatura. Sembrava ignorare che tra quelle fronde non ci sarebbe mai stata la pace per uno come lui, lui non lo avrebbe permesso, avrebbe difeso la sua valle. Il becco nero restava chiuso, in attesa del pasto.

Eugene si sedette contro un albero. Chiuse gli occhi. La ferita bruciava. Gli sembro di sentire i lembi di pelle gonfia agitarsi. Respirò a fondo, riempiendosi di sudore gelido. Doveva allontanare quei pensieri se voleva tornare a casa. Gli venne in mente ancora una volta il motivo per cui era lì: quella sera, a festeggiare l’ultimo dei suoi fallimenti in uno squallido bar, si versò vino fino a che le sue vene non ne furono piene. I suoi amici ormai lo avevano abbandonato ed era rimasto lì con la figlia del ristoratore, che stava ripulendo i tavoli prima della chiusura. Si era deciso ad avviarsi verso casa, ma dimenticando di pagare. Con passo incerto si era infilato in un vicolo buio, avviandosi verso casa. Ed ecco che era arrivata, la disgraziata ragazza, a ricordargli di pagare quell’ultima bottiglia di vino. Le sue lunghe gambe non l’avrebbero mai condotta al di fuori di quella stradina ombrosa, lo stesso vetro per la quale aveva abbandonato il padre le sarebbe stato infilato nel collo e l’avrebbe velocemente dissanguata. Eugene si ricordava il suo corpo a terra, ormai freddo e con le vesti stracciate.

I corvi si posavano a decine sul tetto della casa abbandonata di fronte all’abitazione di Ruth. Rimanevano lì tutto il giorno, cupi e fermi in modo innaturale. Le loro zampette scure si reggevano sulle vecchie tegole sotto lo sguardo preoccupato della donna.

Il giovane ormai passava la maggior parte del tempo disteso a letto. Aveva sentito che una parte del suo cranio ormai non c’era più. Aveva formato un buco profondo. Sapeva di essere diventato pazzo, forse per i sensi di colpa, ma lui era certo di sentire formarsi una bocca di donna sulla sua nuca. Ormai i lembi di pelle rigonfi erano diventati labbra, l’apertura stava diventando una gola che si fondeva con la sua, e da essa proveniva un disgustoso odore di decomposizione. Cercava di ignorarla, la copriva, ma ormai era lì e giorno dopo giorno acquisiva nuovi particolari. Aveva iniziato ad avere piccoli sussulti. Ormai Eugene quasi non mangiava più, usciva di casa soltanto per andare all’emporio locale e comprarsi dell’alcol, che consumava nella sua stanza finchè i pensieri non gli si annebbiavano. Un giorno successe quello che più temeva. La bocca si richiuse. Da quel momento dal cranio iniziarono a nascere dolorosamente quelli che sarebbero diventati dei denti. Infine una notte, mentre il giovane giaceva ubriaco, le labbra iniziarono a sussurrare, da prima con voce rauca poi sempre più chiara. L’ebrezza abbandono di colpo lo studente, che afferrò una garza e imbavagliò con forza l’orrore che gli cresceva addosso.

Il marito di Ruth stava tornando da lavoro verso sera, e riconobbe in lontananza il profilo del suo ospite, che si affrettava verso casa, stringendo una bottiglia. Osservò il ragazzo con antipatia: sentiva spesso che dalla sua camera proveniva un forte odore di alcol e non gli piaceva avere un tale individuo in casa, che per lo più rimaneva lunghe ore solo con sua moglie. Aveva cercato di farlo andare via prima, ma la donna si era fatta impietosire dalle parole di Eugene, che diceva che aveva ripreso a studiare e si sentiva migliorare. Improvvisamente le labbra ripugnanti del giovane iniziarono a muoversi convulsamente da sotto il tessuto, lasciandolo cadere prima che lui potesse fare qualcosa. Sorrisero beffarde all’uomo, per poi far scivolare all’esterno una grossa lingua purpurea che lo studente si affrettò a ricacciare dentro. Con un gesto veloce imbavagliò la creatura e si infilò in casa, lasciando il padrone qualche metro più in là, completamente sgomento. L’uomo riflettè a lungo durante la notte e decise di non volere condividere un solo giorno in più la sua abitazione con quell’essere. 

Le zampe del corvo antropomorfo fremevano. Presto avrebbe avuto il suo pasto e tutto il bosco lo avrebbe condiviso. Ancora una volta la giustizia nella valle sarebbe stata fatta. Riuscì a osservare ogni momento, attraverso gli occhi degli uccelli neri al suo servizio. Avvolti dalle vesti della notte molti uomini si mossero silenziosi. Ruth aprì piano la porta e salì nella stanza di Eugene scortata dagli altri. Dormiva con molte bende avvolte più e più volte attorno alla nuca, così strette da lasciargli escoriazioni sulla pelle e da impedirgli quasi di repirare. Un uomo estrasse un coltello che solitamente usava per sgozzare la selvaggina e recise di netto il bavaglio. Ruth lanciò un urlo alla vista della bocca maleodorante che nasceva dalla pelle del giovane. La bocca sorrise, come soddisfatta e lo studente si voltò, sveglio, e in preda al terrore. 

Gli uomini silenziosi come ombre trascinarono fuori il suo esile corpo. Eugene non tentò di ribellarsi, sperando nella grazia. Lo spinsero giù dalle scale e mugolò qualcosa per il dolore, mentre la bocca iniziò ad urlare senza sosta. Legarono il corpo del ragazzo ad un tronco abbattuto e lo fecero a pezzi con le accette. Tutti insieme, una sola anima e un solo cuore riportavano la giustizia nel villaggio: una giustizia che l’uomo corvo aveva deciso per loro. Il prato nascose il sangue, nutrendosene voglioso. I brandelli del cadavere vennero dispersi in mezzo al bosco, e solo alla bocca di donna venne dato fuoco. La fiamma crepitò di fronte agli occhi attenti degli uomini, che provavano sollievo nel vedere quell’orrore dissolversi. “diremo che era andato a fare una passeggiata e l’orso lo ha divorato” sussurrò Ruth, guardando accartocciarsi i lembi di carne. 

Solo quando la calma della notte fu ristabilita l’uomo dall’aspetto corvo si posò sulla carcassa. Affondò gli artigli tra i lembi grondanti, soppesò con cura il suo pasto. Riempì il becco dei resti ancora caldi e poi decise di lasciare degli avanzi per il bosco. Gli abeti che crescevano lì accanto sarebbero stati incredibilmente rigogliosi quella primavera.